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Palestina Ottomana: 400 Anni di Storia e Amministrazione

8 min di lettura Aggiornato: Dicembre 28, 2025

Il termine Palestina ottomana si riferisce a un’epoca di quasi 400 anni in cui la regione fu sotto il dominio dell’Impero Ottomano. Questo periodo, spesso descritto come una fase di relativa stabilità e coesistenza religiosa, ha segnato profondamente il territorio.

La Palestina passò sotto il controllo ottomano nel 1516 e vi rimase fino alla Prima Guerra Mondiale, nel 1917.

Palestina ottomana

Informazioni sulla Palestina ottomana

Per quattro secoli, come parte dell’Impero Ottomano, la Palestina ha vissuto fasi di prosperità e sviluppo amministrativo. L’Alta Porta di Istanbul attribuì sempre grande importanza alla gestione della regione, in particolare a Gerusalemme. La città è considerata il terzo luogo più sacro dell’Islam dopo La Mecca e Medina, e rivestiva un’importanza centrale anche per cristiani ed ebrei.

L’Impero Ottomano perseguì una politica che garantiva ampiamente la pratica religiosa nei luoghi santi. Un elemento fondamentale di questa strategia era il cosiddetto sistema delle Millet, che concedeva alle varie comunità religiose una certa autonomia nei propri affari interni.

Il governo ottomano si sforzò di mantenere la pace e la stabilità in Palestina attraverso mezzi amministrativi, militari ed economici, anche quando l’Impero, negli anni successivi, si trovò sotto una crescente pressione esterna.

La conquista ottomana della Palestina

La Palestina passò all’Impero Ottomano dopo la decisiva battaglia di Marj Dabiq (1516). Il sultano Selim I sconfisse i Mamelucchi integrando il Levante nel suo impero.

Il suo successore, il sultano Solimano il Magnifico, consolidò il dominio e investì massicciamente nelle infrastrutture. Tra le prime e più significative misure dopo la conquista figurano:

  • La ricostruzione delle mura di Gerusalemme (che ancora oggi circondano la Città Vecchia).
  • Il rinnovamento e l’abbellimento della Cupola della Roccia (Qubbat as Sahra).
  • Il restauro dei luoghi santi, inclusa la Tomba di Davide.

Questi progetti edilizi sottolineano l’importanza che la Gerusalemme ottomana rivestiva per i sultani.

Lo status della Palestina nell’era ottomana

Suddivisione amministrativa

Durante il periodo ottomano, il territorio non era organizzato come un’unica provincia denominata “Palestina”, ma era suddiviso in diversi distretti amministrativi, chiamati Sangiaccati. Tra i più importanti vi erano:

  • Sangiaccato di Gerusalemme (Al Quds Al Sharif)
  • Sangiaccato di Nablus
  • Sangiaccato di Acri (Acre)
  • Distretti come Gaza, Giaffa, Hebron e Nazareth

L’articolazione amministrativa cambiò più volte nel corso dei secoli. Un passo decisivo avvenne alla fine del XIX secolo: nel 1872, il Sangiaccato di Gerusalemme fu elevato a Mutasarrifato (governatorato) indipendente, posto direttamente sotto il Ministero dell’Interno di Istanbul. Ciò avvenne, tra le altre cose, per contrastare il crescente interesse delle grandi potenze europee per la Città Santa.

Mappa del Mutasarrifato di Gerusalemme durante l'Impero Ottomano
Mappa del Mutasarrifato di Gerusalemme durante l’Impero Ottomano

Le mappe storiche mostrano i confini del Mutasarrifato di Gerusalemme e le sue sovrapposizioni con le province (Vilayet) di Beirut e della Siria (Damasco).

Confini del Mutasarrifato di Gerusalemme nell'era ottomana con l'Egitto
Confini del Mutasarrifato di Gerusalemme nell’era ottomana al confine con l’Egitto

Demografia della Palestina ottomana

La popolazione della Palestina durante l’era ottomana era a maggioranza arabo musulmana. Stime storiche e censimenti, come quello del 1880, indicano che circa l’87% della popolazione era costituita da arabi musulmani. Oltre alla maggioranza sunnita, nella regione vivevano anche drusi e sciiti.

L’economia si basava in gran parte sull’agricoltura. Per lungo tempo, la terra veniva ereditata e utilizzata secondo il diritto tradizionale. Questo cambiò con la Legge Fondiaria Ottomana del 1858, che mirava a registrare ufficialmente la proprietà terriera ed emettere titoli di proprietà (Tapu). Comprendere queste dinamiche è fondamentale, così come conoscere le leggi sull’eredità in Turchia per chi possiede beni oggi.

Cristiani ed ebrei formavano minoranze significative, residenti prevalentemente in città come Gerusalemme, Giaffa, Haifa e Safed, ed erano spesso attivi nel commercio e nell’artigianato.

Moschea Al-Aqsa nell'era ottomana
La Moschea Al Aqsa all’epoca dell’Impero Ottomano

Minoranze religiose nel sistema delle Millet

L’Impero Ottomano organizzava i suoi sudditi non musulmani secondo il sistema delle Millet. Questo sistema garantiva alle comunità religiose (Millet), come i greco ortodossi, gli armeni e gli ebrei, un’ampia autonomia in materia di diritto dello stato civile, istruzione e giurisdizione religiosa. Questo rispetto per le tradizioni si riflette ancora oggi nella gestione dei giorni festivi in Turchia, dove le diverse fedi convivono.

Già dopo la conquista di Selim I, furono emanati decreti che assicuravano ai cristiani di Gerusalemme la protezione delle loro chiese e dei loro monasteri. I sultani e i governatori locali dovevano spesso intervenire come arbitri nelle complesse controversie tra le diverse confessioni cristiane (cattolici, ortodossi, armeni, copti) per i diritti sulla Basilica del Santo Sepolcro.

Cristiani nella Palestina ottomana
Cristiani nella Palestina ottomana

Anche la comunità ebraica viveva sotto questa protezione. I documenti d’archivio ottomani dimostrano che lo Stato autorizzava i restauri delle sinagoghe e proteggeva la vita religiosa. Veniva prestata attenzione alla conservazione del patrimonio religioso in tutta la regione.

Questo equilibrio entrò in crisi solo alla fine del XIX secolo, quando l’ascesa del sionismo e l’accresciuta interferenza europea iniziarono a cambiare la demografia e il panorama politico. Il sultano Abdülhamid II cercò di preservare lo status quo imponendo restrizioni all’immigrazione di massa e all’acquisto di terre da parte di stranieri.

Minoranze ebraiche nella Palestina ottomana
Minoranze ebraiche nella Palestina ottomana

La presenza ebraica nella Palestina ottomana

Il governo ottomano riconosceva la storica presenza ebraica. La comunità era composta tradizionalmente da ebrei sefarditi, spesso ben integrati nella società locale, ed ebrei aschenaziti, che si trasferivano nelle quattro città sante (Gerusalemme, Hebron, Safed, Tiberiade) prevalentemente per motivi religiosi.

Molti degli immigrati aschenaziti vivevano di donazioni (Halukka) dalla diaspora. Tuttavia, la situazione cambiò radicalmente con l’ascesa del movimento politico sionista, che mirava alla creazione di uno Stato nazionale ebraico.

Sebbene il sultano Abdülhamid II permettesse ai profughi ebrei perseguitati in Europa di stabilirsi nell’Impero Ottomano, spesso escludeva esplicitamente la Palestina come zona di insediamento per evitare conflitti nazionali.

Tra le misure contro la colonizzazione politica figuravano: restrizioni sull’acquisto di terreni per gli stranieri, introduzione del “Certificato Rosso” (una sorta di visto temporaneo) per i pellegrini e tentativi di controllare l’immigrazione illegale.

Scena storica in Palestina

La Palestina ottomana e il sionismo

Il movimento sionista guidato da Theodor Herzl cercò inizialmente un contatto diplomatico con l’Impero Ottomano. L’obiettivo di Herzl era ottenere una “Carta” per l’insediamento ebraico in Palestina.

È storicamente documentato che Herzl offrì all’Impero Ottomano, in difficoltà finanziarie, di estinguere l’immenso debito estero dell’Impero in cambio dei diritti di insediamento. Il sultano Abdülhamid II rifiutò categoricamente questa offerta. Viene spesso citato per aver affermato di non essere disposto a vendere nemmeno un palmo di terra, poiché essa apparteneva al popolo e non a lui.

Minoranze religiose in Palestina nell'era ottomana
Minoranze religiose in Palestina nell’era ottomana

Dopo la Rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908 e la deposizione di Abdülhamid II, salì al potere il Comitato di Unione e Progresso (İttihat ve Terakki). Inizialmente, alcuni sionisti sperarono in un allentamento delle restrizioni, ma il nuovo governo, alle prese con il nascente nazionalismo in tutto l’Impero, iniziò presto a guardare con criticità all’immigrazione ebraica.

Nonostante i divieti ufficiali, organizzazioni come il Fondo Nazionale Ebraico riuscirono ad acquistare terreni attraverso prestanome e scappatoie legali, aumentando le tensioni nella regione fino alla Prima Guerra Mondiale.

La Palestina nell'era ottomana
Scena di vita quotidiana in Palestina

La fine del dominio dell’Impero Ottomano in Palestina

La Prima Guerra Mondiale segnò la fine dei 400 anni di presenza ottomana. Le potenze europee, in particolare la Gran Bretagna, sfruttarono i conflitti interni e sostennero la Rivolta Araba contro il dominio ottomano.

Dopo pesanti combattimenti a Gaza e Beersheba, le forze alleate sotto il generale Edmund Allenby sfondarono le linee di difesa ottomane. Nel dicembre 1917, Allenby entrò a Gerusalemme. In un gesto simbolico, scese da cavallo alla Porta di Giaffa ed entrò in città a piedi in segno di rispetto.

Soldati ottomani a Gerusalemme
Soldati ottomani a Gerusalemme

Con l’occupazione di Gerusalemme si concluse l’era ottomana e iniziò il periodo dell’amministrazione mandataria britannica. Ronald Storrs, il primo governatore militare britannico di Gerusalemme, rifletté criticamente su questo passaggio:

“L’amministrazione militare ha violato il principio dello ‘status quo’ nella questione sionista. La Palestina era uno stato che apparteneva allo stato ottomano musulmano, e la stragrande maggioranza dei suoi abitanti erano arabi. Il nostro approccio logico sarebbe stato quindi quello di amministrare il territorio come l’Egitto o qualsiasi altro paese con minoranze significative.”

È interessante notare che nella storia della Repubblica Turca si trovano ancora oggi legami con quest’epoca, ad esempio attraverso personalità come Halide Edip Adıvar, attiva nella regione durante la Prima Guerra Mondiale per promuovere riforme educative.

La Palestina sotto il dominio ottomano

Documenti sulla Palestina ottomana

L’importanza di quest’epoca è sottolineata da vasti archivi. La Turchia ha concesso all’Autorità Nazionale Palestinese l’accesso a migliaia di documenti dell’Archivio Ottomano. Questi atti sono oggi di valore inestimabile, poiché documentano diritti di proprietà, titoli fondiari e strutture amministrative. Per chi oggi affronta pratiche burocratiche simili, può essere utile consultare la guida sulla notarizzazione in Turchia.

I documenti pubblicati offrono uno spunto sulla vita sociale, religiosa ed economica e fungono spesso da prova legale per la proprietà terriera in una regione che resta tuttora contesa.

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